Un teologo per il presente

Il rapporto tra fede e cultura è da sempre al centro dell’interesse e dell’impegno del cardinal Ruini. Tanto che la prospettiva del “Progetto culturale” orientato in senso cristiano, da lui proposta alla chiesa in Italia a partire dal convegno ecclesiale di Palermo (1995), acquista il suo autentico significato sullo sfondo di una ricerca che lo ha visto impegnato sin dal suo insegnamento a Reggio Emilia e Bologna. di Piero Coda
5 AGO 20
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Il rapporto tra fede e cultura è da sempre al centro dell’interesse e dell’impegno del cardinal Ruini. Tanto che la prospettiva del “Progetto culturale” orientato in senso cristiano, da lui proposta alla chiesa in Italia a partire dal convegno ecclesiale di Palermo (1995), acquista il suo autentico significato sullo sfondo di una ricerca che lo ha visto impegnato sin dal suo insegnamento a Reggio Emilia e Bologna. In una relazione del 1985 dal titolo “Dalla Parola alla cultura”, dopo aver descritto il contesto storico e l’approccio magisteriale al tema, Ruini tracciava alcune linee per un approfondimento del tema, muovendo da una “mappa dell’attualità teologica”. Richiamate le posizioni della teologia della secolarizzazione, la proposta rahneriana dei “cristiani anonimi”, le prospettive della teologia della speranza, di quella politica e di quella della liberazione, si soffermava su di un orientamento che, già presente negli anni Sessanta, si è affermato nel dibattito teologico a partire dal decennio successivo e può essere qualificato “teologia dello specifico cristiano”. Citava in nota, quali suoi rappresentanti, Balthasar, Ratzinger e Kasper, autori la cui teologia mostrerà col tempo una precisa sintonia con l’interpretazione del Vaticano II offerta da Giovanni Paolo II. Secondo Ruini, almeno tre sono le tesi che caratterizzano questa linea teologica. Innanzitutto, la rivendicazione della “valenza universale della fede, per ogni ambito della storia e dell’esistenza”, e ciò “a partire dal centro della fede stessa”, “perché in Cristo ci è data una determinata e specifica interpretazione dell’umano e pertanto un’antropologia determinata nei suoi contenuti”. In secondo luogo, il riferimento al carattere trascendente di tale specificazione, costitutivamente “aperta a realizzazioni e incarnazioni sempre diverse”, così da non risultare “rigida e integralistica”, pur nella “coerenza della medesima fisionomia”. E infine un’interpretazione teologica della modernità che, in aderenza al Vaticano II, “supera l’alternativa tra conservazione e progressismo, respingendo sia la visione ‘catastrofale’ della storia moderna sia il rischio di secolarizzazione del cristianesimo”. Di qui – concludeva Ruini – la chance di superare “il falso dilemma tra l’affermazione del ruolo-guida della verità cristiana per salvare l’umanesimo e il metodo del ‘discernimento’”. Infatti, “lo sforzo per interpretare la complessità e ‘stare dentro’ al continuo cambiamento sociale e culturale (che è la sostanza del discernimento) è la condizione perché il cristianesimo possa porsi, o riproporsi, alla guida della storia”; mentre, “reciprocamente, il discernimento autentico è possibile solo sulla base della ‘coscienza di verità’ e della responsabilità verso la verità cristiana”. Non è chi non veda come questa prospettiva sia ancor oggi la più decisiva in rapporto alla capacità d’incidenza della fede cristiana nella società.
di Piero Coda